PASSIVHAUSLAB Talks (Conversazioni ad energia positiva)-"Voci dalla Transizione" - Intervista a Norbert Lantschner


"Progettare e costruire all’insegna della transizione ecologica: un imperativo economico, sociale e climatico-ambientale"
Progettare e costruire oggi significa assumersi una responsabilità che va ben oltre l’efficienza energetica: significa contribuire attivamente alla transizione ecologica, incidendo sulla qualità della vita delle persone, sulla resilienza dei territori e sulla sostenibilità delle risorse.
In questo scenario, l’edilizia rappresenta uno dei nodi strategici su cui intervenire, essendo responsabile di una quota significativa dei consumi energetici e delle emissioni climalteranti, ma anche uno dei settori con il più alto potenziale di innovazione e rigenerazione. La sfida non è solo tecnica, ma culturale ed economica: ripensare modelli, processi e priorità, mettendo al centro il benessere umano e l’equilibrio ambientale.
Per approfondire questi temi,  Glauco Perotti di PassivhausLAB Marche ha intervistato Norbert Lantschner, figura di riferimento a livello europeo per la promozione di un’edilizia sostenibile e consapevole. Con lui esploriamo il significato più profondo della transizione ecologica applicata al costruire, tra opportunità economiche, impatti sociali e urgenze climatiche.                                                                                     
🎤 INTERVISTA:

1.  Negli ultimi anni si parla sempre più di transizione ecologica nel settore edilizio. Dal tuo punto di vista, quanto è oggi urgente ripensare il modo in cui progettiamo e costruiamo gli edifici?

 

L’urgenza è assoluta — e non è più una questione di “se”, ma di “come” e “con quale velocità”. Gli edifici sono responsabili di circa il 40% dei consumi energetici finali in Europa e di circa un terzo delle emissioni di CO₂. Questo non è un dato tecnico tra tanti: è la fotografia di un sistema costruttivo che per decenni ha operato come se le risorse fossero infinite e il clima stabile. Oggi sappiamo che non è così.

Ma l’urgenza non è solo climatica. È anche sociale. In Europa milioni di famiglie vivono in edifici energeticamente obsoleti, pagando bollette insostenibili — è quella che chiamiamo “povertà energetica”. Ripensare il modo di costruire significa dunque ridurre le emissioni, sì, ma anche garantire comfort, salute e accessibilità economica. Sono obiettivi che si rafforzano a vicenda.

Il concetto di CasaClima — che ho contribuito a sviluppare in Alto Adige alla fine degli anni Novanta — nasce esattamente da questa consapevolezza: non è sufficiente costruire edifici belli o funzionali. Anche altri modelli e protocolli come Passivhaus o Minergie operano per costruire edifici che siano alleati del clima, non suoi nemici. E questa non è una visione utopica: è già tecnicamente possibile, ed economicamente realizzabile. Ciò che manca troppo spesso è la volontà politica e culturale di rendere l’eccezione la norma.

 

2.  Spesso la sostenibilità viene percepita come un costo aggiuntivo. In realtà, può rappresentare un’opportunità economica concreta? Quali sono i benefici nel medio-lungo periodo per investitori, amministrazioni e cittadini?

 

Questa percezione è uno degli equivoci più resistenti e più costosi del nostro tempo. L’idea che la sostenibilità sia un lusso o un onere aggiuntivo nasce da una contabilità parziale: si guardano solo i costi di costruzione iniziali, ignorando i costi operativi, i benefici per la salute, il valore degli immobili nel tempo, e i costi esternalizzati sull’ambiente e sulla collettività.

Se facciamo un calcolo su ciclo di vita — come si dovrebbe sempre fare — un edificio ad alte prestazioni energetiche risulta quasi sempre più conveniente. Le spese di gestione e manutenzione si riducono sensibilmente. Il valore dell’immobile si mantiene o cresce nel tempo, mentre gli edifici energeticamente obsoleti sono destinati a svalutarsi rapidamente, già oggi soggetti a rischio di “stranded assets” con le nuove normative europee come la Direttiva EPBD.

Per le amministrazioni pubbliche, investire in edilizia sostenibile significa ridurre la dipendenza energetica dei propri patrimoni immobiliari, liberare risorse per altri servizi, e creare occupazione qualificata locale. Per i cittadini — specialmente quelli più vulnerabili — significa bollette più basse, ambienti più sani, meno assenze dal lavoro per malattie legate a edifici umidi o mal ventilati.

La sostenibilità, insomma, non è un costo: è un investimento. Il costo vero è il non farlo.

 

3.  Il settore delle costruzioni ha un impatto rilevante sia sulle emissioni che sulla qualità della vita delle persone. In che modo un approccio sostenibile può contribuire non solo alla riduzione dell’impatto ambientale, ma anche al benessere sociale?

 

Questa è forse la dimensione più trascurata del discorso sull’edilizia sostenibile, e quella che mi sta più a cuore. Tendiamo a misurare tutto in kilowattora e tonnellate di CO₂, dimenticando che gli edifici sono anzitutto luoghi di vita. Passiamo in media oltre il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi — case, uffici, scuole, ospedali. La qualità di questi spazi incide profondamente sulla nostra salute fisica e mentale, sulla nostra produttività, sul nostro benessere.

Un edificio progettato con criteri di sostenibilità reale — non solo energetica, ma anche bioclimatica e materica — garantisce qualità dell’aria superiore, temperature interne stabili e confortevoli, illuminazione naturale adeguata, assenza di inquinanti chimici. Si tratta di fattori che riducono le malattie respiratorie, migliorano il sonno, abbassano lo stress. Non sono dettagli: sono condizioni abilitanti per una vita dignitosa.

C’è poi una dimensione comunitaria che spesso si trascura. La rigenerazione urbana sostenibile — quando è fatta bene — non si limita a ristrutturare gli edifici: ridisegna gli spazi pubblici, recupera la dimensione del quartiere, crea luoghi di incontro. In questo senso, l’architettura sostenibile può essere un potente strumento di coesione sociale, specialmente nelle periferie urbane o nelle aree rurali marginali.

Infine, c’è il tema della giustizia climatica. Le persone più esposte agli effetti del cambiamento climatico — caldo estremo, alluvioni, degrado ambientale — sono quasi sempre le più vulnerabili. Costruire in modo sostenibile è anche costruire in modo più equo.

 

4.  Quali sono oggi le principali barriere — culturali, normative o tecniche — che rallentano la diffusione di edifici ad alte prestazioni energetiche e ambientali in Italia?

 

Le barriere sono reali e stratificate, e sarebbe sbagliato ridurle a una sola dimensione. Permettetemi di distinguerne alcune.

La prima e più profonda è culturale. In Italia l’edilizia è ancora largamente percepita come un settore tradizionale, legato a pratiche consolidate e a una mentalità del “si è sempre fatto così”. La formazione nelle facoltà di architettura e ingegneria è migliorata, ma troppo lentamente. Molti professionisti in attività hanno una preparazione insufficiente sulle prestazioni energetiche, sulla fisica dell’edificio, sui materiali naturali o sull’integrazione impiantistica avanzata.

La seconda barriera è normativa-istituzionale. L’Italia ha un quadro normativo frammentato, con normative nazionali spesso in ritardo rispetto alle direttive europee e regolamentazioni regionali disomogenee. I processi autorizzativi sono lenti e imprevedibili, scoraggiando innovazione e investimento. Manca inoltre una visione di lungo periodo nelle politiche pubbliche per l’edilizia, con continui cambiamenti nei meccanismi di incentivazione che generano incertezza.

La terza barriera è di mercato e di informazione. Committenti privati e pubblici spesso non hanno gli strumenti per valutare correttamente la qualità energetica degli edifici. Il mercato immobiliare italiano fa ancora fatica a prezzare adeguatamente le prestazioni energetiche: la differenza di valore tra un edificio in classe A e uno in classe G non riflette ancora i costi reali di gestione nel lungo periodo.

Detto questo, vorrei anche sottolineare che le barriere non sono insuperabili. L’esperienza di Bolzano e dell’Alto Adige dimostra che è possibile, in un contesto italiano, costruire un ecosistema virtuoso fatto di normative ambiziose, formazione professionale qualificata, incentivi stabili e cultura diffusa della qualità. Non è un caso se quella regione è oggi un riferimento europeo. Il modello è replicabile.

 

5.  Guardando al futuro: quali competenze e approcci progettuali saranno indispensabili per i professionisti che vogliono essere protagonisti della transizione ecologica nel settore edilizio?

 

La risposta breve è: competenze tecniche solide, ma soprattutto un cambiamento di paradigma culturale. Permettetemi di articolare entrambe le dimensioni.

Sul piano tecnico, i professionisti del futuro dovranno padroneggiare la progettazione bioclimatica e passiva, la fisica dell’edificio, l’analisi del ciclo di vita dei materiali, l’integrazione di energia rinnovabile, e gli strumenti digitali di simulazione e monitoraggio delle prestazioni. Dovranno anche conoscere bene i materiali naturali e “bio-based” — legno, paglia, canapa, terra cruda — che stanno vivendo una straordinaria rinascita tecnica e che offrono soluzioni superiori per la carbon footprint incorporata degli edifici.

Ma la competenza tecnica da sola non basta. Quello che serve è un approccio sistemico: saper leggere l’edificio nel suo contesto climatico, paesaggistico, sociale e culturale. Saper lavorare in team multidisciplinari — con ingegneri, ecologi, sociologi, economisti. Saper coinvolgere gli abitanti nei processi progettuali, perché la sostenibilità che non tiene conto dei comportamenti umani è destinata a fallire.

C’è poi una dimensione che chiamo “cultura del limite”: la capacità di progettare non per massimizzare, ma per ottimizzare. Non costruire il più grande o il più complesso, ma il più appropriato. Questo richiede una maturità professionale e umana che va coltivata, e che non si insegna solo con le formule.

 

Infine — e questo forse sarà il contributo più prezioso che i professionisti potranno dare — la capacità di comunicare. Di spiegare ai committenti, alle amministrazioni, ai cittadini perché la qualità ambientale degli edifici non è un lusso ma una necessità. Di rendere visibile ciò che normalmente è invisibile: l’energia, il clima interno, il ciclo di vita di un materiale.

Chi saprà fare questo — tecnico e protagonista attivo — avrà un ruolo essenziale nella transizione che abbiamo davanti.





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