PASSIVHAUSLAB Talks (Conversazioni ad energia positiva)-"Voci dalla Transizione" - Intervista a Norbert Lantschner
1. Negli ultimi
anni si parla sempre più di transizione ecologica nel settore edilizio. Dal tuo
punto di vista, quanto è oggi urgente ripensare il modo in cui progettiamo e
costruiamo gli edifici?
L’urgenza è assoluta — e non è più una questione di “se”,
ma di “come” e “con quale velocità”. Gli edifici sono responsabili di circa il
40% dei consumi energetici finali in Europa e di circa un terzo delle emissioni
di CO₂. Questo non è un dato tecnico tra tanti: è la fotografia di un sistema
costruttivo che per decenni ha operato come se le risorse fossero infinite e il
clima stabile. Oggi sappiamo che non è così.
Ma l’urgenza non è solo climatica. È anche sociale. In
Europa milioni di famiglie vivono in edifici energeticamente obsoleti, pagando
bollette insostenibili — è quella che chiamiamo “povertà energetica”. Ripensare
il modo di costruire significa dunque ridurre le emissioni, sì, ma anche
garantire comfort, salute e accessibilità economica. Sono obiettivi che si
rafforzano a vicenda.
Il concetto di CasaClima — che ho contribuito a
sviluppare in Alto Adige alla fine degli anni Novanta — nasce esattamente da
questa consapevolezza: non è sufficiente costruire edifici belli o funzionali. Anche
altri modelli e protocolli come Passivhaus o Minergie operano per costruire
edifici che siano alleati del clima, non suoi nemici. E questa non è una
visione utopica: è già tecnicamente possibile, ed economicamente realizzabile.
Ciò che manca troppo spesso è la volontà politica e culturale di rendere l’eccezione
la norma.
2. Spesso la
sostenibilità viene percepita come un costo aggiuntivo. In realtà, può
rappresentare un’opportunità economica concreta? Quali sono i benefici nel
medio-lungo periodo per investitori, amministrazioni e cittadini?
Questa percezione è uno degli equivoci più resistenti e
più costosi del nostro tempo. L’idea che la sostenibilità sia un lusso o un
onere aggiuntivo nasce da una contabilità parziale: si guardano solo i costi di
costruzione iniziali, ignorando i costi operativi, i benefici per la salute, il
valore degli immobili nel tempo, e i costi esternalizzati sull’ambiente e sulla
collettività.
Se facciamo un calcolo su ciclo di vita — come si
dovrebbe sempre fare — un edificio ad alte prestazioni energetiche risulta
quasi sempre più conveniente. Le spese di gestione e manutenzione si riducono
sensibilmente. Il valore dell’immobile si mantiene o cresce nel tempo, mentre
gli edifici energeticamente obsoleti sono destinati a svalutarsi rapidamente,
già oggi soggetti a rischio di “stranded assets” con le nuove normative europee
come la Direttiva EPBD.
Per le amministrazioni pubbliche, investire in edilizia
sostenibile significa ridurre la dipendenza energetica dei propri patrimoni
immobiliari, liberare risorse per altri servizi, e creare occupazione
qualificata locale. Per i cittadini — specialmente quelli più vulnerabili —
significa bollette più basse, ambienti più sani, meno assenze dal lavoro per
malattie legate a edifici umidi o mal ventilati.
La sostenibilità, insomma, non è un costo: è un
investimento. Il costo vero è il non farlo.
3. Il settore
delle costruzioni ha un impatto rilevante sia sulle emissioni che sulla qualità
della vita delle persone. In che modo un approccio sostenibile può contribuire
non solo alla riduzione dell’impatto ambientale, ma anche al benessere sociale?
Questa è forse la dimensione più trascurata del discorso
sull’edilizia sostenibile, e quella che mi sta più a cuore. Tendiamo a misurare
tutto in kilowattora e tonnellate di CO₂, dimenticando che gli edifici sono
anzitutto luoghi di vita. Passiamo in media oltre il 90% del nostro tempo in
ambienti chiusi — case, uffici, scuole, ospedali. La qualità di questi spazi
incide profondamente sulla nostra salute fisica e mentale, sulla nostra
produttività, sul nostro benessere.
Un edificio progettato con criteri di sostenibilità reale
— non solo energetica, ma anche bioclimatica e materica — garantisce qualità
dell’aria superiore, temperature interne stabili e confortevoli, illuminazione
naturale adeguata, assenza di inquinanti chimici. Si tratta di fattori che
riducono le malattie respiratorie, migliorano il sonno, abbassano lo stress.
Non sono dettagli: sono condizioni abilitanti per una vita dignitosa.
C’è poi una dimensione comunitaria che spesso si
trascura. La rigenerazione urbana sostenibile — quando è fatta bene — non si
limita a ristrutturare gli edifici: ridisegna gli spazi pubblici, recupera la
dimensione del quartiere, crea luoghi di incontro. In questo senso,
l’architettura sostenibile può essere un potente strumento di coesione sociale,
specialmente nelle periferie urbane o nelle aree rurali marginali.
Infine, c’è il tema della giustizia climatica. Le persone
più esposte agli effetti del cambiamento climatico — caldo estremo, alluvioni,
degrado ambientale — sono quasi sempre le più vulnerabili. Costruire in modo
sostenibile è anche costruire in modo più equo.
4. Quali sono
oggi le principali barriere — culturali, normative o tecniche — che rallentano
la diffusione di edifici ad alte prestazioni energetiche e ambientali in
Italia?
Le barriere sono reali e stratificate, e sarebbe
sbagliato ridurle a una sola dimensione. Permettetemi di distinguerne alcune.
La prima e più profonda è culturale. In Italia l’edilizia
è ancora largamente percepita come un settore tradizionale, legato a pratiche
consolidate e a una mentalità del “si è sempre fatto così”. La formazione nelle
facoltà di architettura e ingegneria è migliorata, ma troppo lentamente. Molti
professionisti in attività hanno una preparazione insufficiente sulle
prestazioni energetiche, sulla fisica dell’edificio, sui materiali naturali o
sull’integrazione impiantistica avanzata.
La seconda barriera è normativa-istituzionale. L’Italia
ha un quadro normativo frammentato, con normative nazionali spesso in ritardo
rispetto alle direttive europee e regolamentazioni regionali disomogenee. I
processi autorizzativi sono lenti e imprevedibili, scoraggiando innovazione e
investimento. Manca inoltre una visione di lungo periodo nelle politiche
pubbliche per l’edilizia, con continui cambiamenti nei meccanismi di
incentivazione che generano incertezza.
La terza barriera è di mercato e di informazione.
Committenti privati e pubblici spesso non hanno gli strumenti per valutare
correttamente la qualità energetica degli edifici. Il mercato immobiliare
italiano fa ancora fatica a prezzare adeguatamente le prestazioni energetiche:
la differenza di valore tra un edificio in classe A e uno in classe G non
riflette ancora i costi reali di gestione nel lungo periodo.
Detto questo, vorrei anche sottolineare che le barriere
non sono insuperabili. L’esperienza di Bolzano e dell’Alto Adige dimostra che è
possibile, in un contesto italiano, costruire un ecosistema virtuoso fatto di
normative ambiziose, formazione professionale qualificata, incentivi stabili e
cultura diffusa della qualità. Non è un caso se quella regione è oggi un
riferimento europeo. Il modello è replicabile.
5. Guardando al
futuro: quali competenze e approcci progettuali saranno indispensabili per i
professionisti che vogliono essere protagonisti della transizione ecologica nel
settore edilizio?
La risposta breve è: competenze tecniche solide, ma
soprattutto un cambiamento di paradigma culturale. Permettetemi di articolare
entrambe le dimensioni.
Sul piano tecnico, i professionisti del futuro dovranno
padroneggiare la progettazione bioclimatica e passiva, la fisica dell’edificio,
l’analisi del ciclo di vita dei materiali, l’integrazione di energia
rinnovabile, e gli strumenti digitali di simulazione e monitoraggio delle
prestazioni. Dovranno anche conoscere bene i materiali naturali e “bio-based” —
legno, paglia, canapa, terra cruda — che stanno vivendo una straordinaria
rinascita tecnica e che offrono soluzioni superiori per la carbon footprint incorporata
degli edifici.
Ma la competenza tecnica da sola non basta. Quello che
serve è un approccio sistemico: saper leggere l’edificio nel suo contesto
climatico, paesaggistico, sociale e culturale. Saper lavorare in team
multidisciplinari — con ingegneri, ecologi, sociologi, economisti. Saper
coinvolgere gli abitanti nei processi progettuali, perché la sostenibilità che
non tiene conto dei comportamenti umani è destinata a fallire.
C’è poi una dimensione che chiamo “cultura del limite”:
la capacità di progettare non per massimizzare, ma per ottimizzare. Non
costruire il più grande o il più complesso, ma il più appropriato. Questo
richiede una maturità professionale e umana che va coltivata, e che non si
insegna solo con le formule.
Infine — e questo forse sarà il contributo più prezioso
che i professionisti potranno dare — la capacità di comunicare. Di spiegare ai
committenti, alle amministrazioni, ai cittadini perché la qualità ambientale
degli edifici non è un lusso ma una necessità. Di rendere visibile ciò che
normalmente è invisibile: l’energia, il clima interno, il ciclo di vita di un
materiale.
Chi saprà fare questo — tecnico e protagonista attivo —
avrà un ruolo essenziale nella transizione che abbiamo davanti.

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